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domenica 28 agosto 2016

Piccola guida ai gruppi etnici statunitensi.

Nella percezione comune, spesso il numero di persone appartenenti a minoranze etniche e religiose di un dato paese, così come il numero dei suoi disoccupati, è molto più alto di quanto sia in realtà. Per questo ogni anno l’istituto di sondaggi britannico Ipsos Mori realizza un’indagine chiamata Perils of Perception (“Pericoli della percezione”) in cui cerca di mostrare le differenze tra la realtà e come la maggior parte delle persone la percepisce; in quella del 2015 l’Italia è risultata il decimo paese più ignorante dei 28 presi in considerazione. Gli errori di questo tipo dipendono dalle inesattezze che a volte vengono pubblicate sui giornali e dal fatto che spesso le statistiche non vengono riportate quando sarebbe utile. Uno degli errori più comuni di questo tipo riguarda il numero di cittadini neri degli Stati Uniti: molte persone pensano che siano pari al 30 o al 40 per cento della popolazione, mentre in realtà sono il 13,3 per cento.

Come è fatta la popolazione degli Stati Uniti

I cittadini degli Stati Uniti sono 321 milioni secondo gli ultimi dati dell’Ufficio del censimento nazionale, che risalgono al 2015. Il 97,4 per cento dei cittadini americani si identifica come appartenente a un solo gruppo etnico legato alle caratteristiche fisiche: il 77,1 per cento si definisce “bianco”, il 13,3 per cento si definisce “nero o afroamericano”, il 5,6 per cento “asiatico”, l’1,2 per cento di origine nativa americana, lo 0,2 originario delle isole del Pacifico. Il restante 2,6 per cento della popolazione si identifica come appartenente a due o più gruppi etnici legati alle caratteristiche fisiche. Una delle ragioni per cui si pensa che i neri americani siano di più di quanti sono è che alcuni sondaggi e statistiche, per esempio quelli il cui scopo è evidenziare i privilegi, distinguono solo tra bianchi e non-bianchi: i non-bianchi sono il 22,9 per cento della popolazione.
Una categoria separata dell’Ufficio del censimento è quella dei cosiddetti “Hispanics or Latinos“, cioè le persone di origini latinoamericane o spagnole: questa categoria non corrisponde a un gruppo etnico preciso, dato che ne possono fare parte bianchi, neri e asiatici, chiunque si riconosca nella categoria per discendenza, paese di nascita, ragioni culturali o linguistiche. Le persone che si definiscono ispaniche corrispondono al 17,6 per cento della popolazione degli Stati Uniti secondo l’ultimo censimento: contrariamente a quanto molte persone pensano, quindi, in America gli ispanici sono più dei neri, nonostante le due categorie in parte si sovrappongano. Capire le differenze tra neri e ispanici, e sapere quanti sono e dove abitano negli Stati Uniti, è utile anche per comprendere le strategie politiche dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti per ottenere i voti degli uni e degli altri: i diversi gruppi etnici votano storicamente in modo diverso e i dati sulle diverse categorie sono usati da chi fa i sondaggi per mostrare i risultati delle diverse campagne elettorali.

Dove vivono i neri

Un’altra delle ragioni per cui si pensa che negli Stati Uniti i neri siano molti di più di quanti siano in realtà è che la percentuale di neri varia molto tra stati e città diverse. Nello stato di New York, per esempio, i neri sono il 17,6 per cento, mentre nella sola città di New York, che è la più popolosa degli Stati Uniti, sono il 25,5 secondo un censimento del 2010; a Philadelphia, quinta città degli Stati Uniti per numero di abitanti, i neri sono il 43,4 per cento della popolazione (dati del 2010), ma se si considera l’intero stato della Pennsylvania, di cui la città fa parte, la percentuale scende all’11,7 per cento (dati del 2015). In alcuni stati i neri sono molto pochi: nel North Dakota, uno stato settentrionale, i neri sono solo il 2,4 per cento della popolazione.
Dati che tengono conto di chi si identifica unicamente come “nero o afroamericano” aggiornati al 2010:
Ci sono poi differenze tra le grandi città e gli stati in cui si trovano. Un esempio che mostra quanto le percentuali possano variare è quello di Detroit e del Michigan. Detroit è il più grande centro abitato del Michigan, ed è anche la prima città americana per percentuale di abitanti neri. A Detroit i neri sono l’82,7 per cento della popolazione, mentre nell’intero Michigan sono solo i 14,2 per cento (che comunque è una percentuale sopra la media nazionale).
Dati che tengono conto di chi si identifica unicamente come “nero o afroamericano” aggiornati al 2010:
In generale, la percentuale di cittadini neri è più alta – oltre che in alcune grandi città – negli stati del sud-est, quelli in cui nel corso del Settecento e dell’Ottocento furono portati più schiavi dall’Africa per lavorare nelle piantagioni. Gli stati in cui la percentuale di neri è più alta sono il Mississippi, la Louisiana e la Georgia; quelli in cui è più bassa sono il Montana, nel nord-ovest, il Vermont, nel nord-est, e l’Idaho, che confina con il Montana.
Dati che tengono conto di chi si identifica unicamente come “nero o afroamericano” aggiornati al 2015:
Le differenze demografiche tra i diversi stati hanno un peso importante nelle elezioni presidenziali americane dato che il presidente non viene eletto direttamente dai cittadini, ma da un gruppo di cosiddetti “grandi elettori”, distribuiti in modo proporzionale alla popolazione. In alcuni stati il voto dei neri è più importante perché il loro peso demografico è maggiore. Bisogna però tenere conto che in alcuni stati il voto dei neri conta meno nonostante essi siano numericamente di più: ciò che conta è la percentuale sull’intera popolazione, non il numero assoluto. Per esempio in California, lo stato più popoloso degli Stati Uniti, il numero di cittadini neri è più del doppio di quelli del Mississippi: ma mentre in California i neri sono il 6,5 per cento, in Mississippi sono il 37,6.

Quanti anni hanno i neri

C’è anche un’altra ragione per cui spesso si sovrastima il numero di cittadini neri negli Stati Uniti: i giornali ne parlano sempre come di un gruppo demografico in crescita. Le percentuali di neri infatti stanno crescendo e sono più alte di quelle di venti o trent’anni fa perché, a differenza di altri gruppi etnici, i neri fanno più figli. In generale, è dagli anni Trenta che la percentuale di cittadini neri è in crescita: nel 1930 i neri erano il 9,7 per cento della popolazione degli Stati Uniti, nel 1970 erano l’11,1 per cento, nel 1990 il 12,1 per cento. L’Ufficio del censimento ha stimato che per la prima volta nel 2011 più del 50 per cento dei bambini americani minori di 1 anno non era bianco, ma appartenente a una delle minoranze. Secondo previsioni del 2015, entro il 2020 più della metà di tutti gli americani minori di 18 anni faranno parte di una minoranza etnica; si prevede anche che nel 2060 il totale delle persone che oggi fanno parte delle cosiddette minoranze saranno il 56 per cento della popolazione degli Stati Uniti (e quindi non saranno più minoranze, in qualche modo).
La crescita del numero dei cittadini neri sta cambiando i risultati elettorali di alcuni stati. Nel 2008 Barack Obama vinse in North Carolina, uno stato del sud storicamente Repubblicano per via della maggioranza bianca dei suoi abitanti; Obama fu il primo candidato Democratico a vincere in North Carolina in trent’anni. Secondo i sondaggi più recenti in Georgia, un altro stato storicamente Repubblicano, Hillary Clinton e Donald Trump sono più o meno pari: Clinton è preferita dal 48,8 per cento della popolazione, Trump dal 51,2, un distacco entro il margine di errore. La crescita delle persone di origini latinoamericane sta avendo conseguenze simili in altri stati americani, per esempio Colorado, Nevada e Arizona.

Le differenze tra i neri

Per l’Ufficio del censimento degli Stati Uniti la categoria “neri o afroamericani” descrive le persone i cui antenati provengono dall’Africa subsahariana e per questo comprende sia i discendenti degli schiavi portati in America tra il Settecento e l’Ottocento, sia i cittadini americani nati in stati africani e poi emigrati e i loro figli, ma anche, per esempio, i sudamericani di origini africane naturalizzati statunitensi. Secondo alcuni però il termine “afroamericani” descriverebbe solo i discendenti degli schiavi, che non possono sapere con esattezza da quale zona dell’Africa venissero i loro antenati e le cui famiglie vivono negli Stati Uniti da molte generazioni: costituirebbero un gruppo etnico e culturale a parte, non avendo legami stretti con l’Africa come invece succede ai nigeriani-americani o ai kenyoti-americani, per esempio.
Gli stessi neri fanno delle distinzioni sociali tra loro a seconda di quanto è scura la loro pelle. Le differenze nella carnagione sono state un problema per gli afroamericani fin da quando hanno vissuto in America, perché in qualche modo le vecchie idee dei bianchi sulla loro superiorità sui neri hanno influenzato anche i neri. In molti paesi africani succede la stessa cosa. Secondo molti esperti di problemi razziali negli Stati Uniti, le possibilità di un nero di avere successo e ottenere riconoscimenti da parte degli americani bianchi sono inversamente proporzionali a quanto è scura la sua pelle: più una persona è nera, meno è probabile che abbia successo nella vita. Negli ultimi anni si è parlato di queste idee soprattutto per Barack Obama, per il giocatore di basket Steph Curry e per la cantante Beyoncé, neri dalla pelle abbastanza chiara. Obama in particolare non sarebbe nemmeno afroamericano secondo l’uso più stretto del termine, dato che sua madre era bianca e suo padre era kenyota.
Nei prossimi decenni, comunque, le categorie demografiche in cui viene suddivisa la popolazione americana potrebbero diventare ancora più confuse, dato che il numero di immigrati è sempre in aumento, così come quello delle unioni miste: nel 2008 il 14,8 per cento dei nuovi matrimoni fu celebrato tra persone di due diversi gruppi etnici, secondo un rapporto del Pew Research Center. Si prevede che la categoria demografica di chi si riconosce come appartenente a due o più gruppi etnici (i bambini figli di matrimoni misti sono automaticamente inseriti in questa categoria) sarà quella che crescerà più velocemente nei prossimi 46 anni.

Chi ha paura dei ciclisti di Sydney ?

Da marzo nel New South Wales – lo stato australiano di cui fa parte Sydney – sono in vigore nuove regole per i ciclisti: alcune servono a proteggerli (stabiliscono per esempio che le auto devono sempre stare a una certa distanza da loro), altre hanno reso molto più severe le multe già esistenti in cui possono incorrere. Da qualche mese se un ciclista va in bici senza un casco omologato deve pagare 319 dollari australiani (circa 215 euro) e ci sono multe ancora più care per chi guida in modo pericoloso e non si ferma al semaforo rosso o se non fa attraversare le persone sulle strisce pedonali. In tutta l’Australia è obbligatorio già da anni avere un casco quando si va in bici, e in particolare nel New South Wales c’erano già multe per l’assenza di casco, i semafori rossi e altre violazioni: fino a prima di marzo bisognava pagare poco meno di 50 euro in quasi tutti i casi. Dal marzo 2017 i ciclisti del New South Wales saranno anche obbligati ad avere sempre con loro un documento d’identità.
Come prevedibile le nuove regole e le conseguenti multe stanno ricevendo molte critiche da chi le deve pagare e, più in generale, dalle associazioni di ciclisti. Parlando del futuro obbligo di avere con sé un documento d’identità, Ray Rice, il direttore dell’associazione Bicycle NSW (la sigla di New South Wales), ha detto: «Non ci sono elementi per dire che esiste un problema legato all’identificazione dei ciclisti. Vorrà dire che i ciclisti dovranno portarsi dietro la patente anche per andare in spiaggia o sotto casa a fare la spesa. È un modo per disincentivare gli spostamenti in bici». C’è anche chi ha sintetizzato la nuova politica per i trasporti del New South Wales con lo slogan “quattro ruote è bene, due ruote è male”. In realtà c’è stata anche una campagna di sensibilizzazione per il rispetto verso i ciclisti, chiamata “go together”, andiamo insieme.
Le associazioni di ciclisti dicono che ci sono già oggi molte multe per i ciclisti e quasi nessuna per le auto che non rispettano le regole previste per superarli in auto. Soprattutto a Sydney c’è chi si è lamentato dell’eccessiva dedizione con cui vengono date le multe ai ciclisti: perché non hanno il casco ben allacciato; perché non hanno un campanello; perché ai semafori non passano col rosso ma cercano comunque di stare in bilico davanti alle auto, così da non dover staccare il piede dai pedali. Il Guardian per esempio ha parlato di Michael Gratton, un ricercatore nel campo della robotica, che mentre andava al lavoro a Sydney ha dovuto pagare più di 350 euro di multe perché non aveva il casco, non aveva un campanello e perché la sua bici (una di quelle su cui si frena pedalando “all’indietro”) non aveva dei freni a norma. Gratton ha detto: «Non vado in bici sui marciapiedi e il campanello è inutile con le auto», e ha aggiunto che secondo lui «le multe sono incredibilmente esagerate».
Al di là delle proteste di chi riceve le multe, la questione che riguarda i ciclisti di Sydney e del New South Wales ha soprattutto dei significati politici. Come ha spiegato al Guardian Mark Adams di Strategic Cities, un gruppo di ricerca sull’urbanistica e i trasporti: «A Sydney andare in bici è visto come qualcosa di sinistra, un po’ hippie, non come qualcosa di importante». Adams ha anche spiegato che altrove le cose sono andate in modo diverso e ha fatto l’esempio di Boris Johnson, il politico britannico del Partito Conservatore, che quando era sindaco di Londra prese molti provvedimenti a favore degli spostamenti in bici.
Le nuove regole per i ciclisti sembrano quindi essere parte del confronto tra Clover Moore – sindaco di Sydney dal 2004, indipendente ma vicina alla sinistra, candidata a un quarto mandato – e Christine Forster, la sua avversaria del Partito Liberale, che è al governo nello stato del New South Wales. Il Guardian ha scritto che Moore è da sempre a favore dei ciclisti e un anno fa disse: «L’importanza degli spostamenti in bici a Sydney è minacciata da isteriche opinioni secondo cui quelli che vanno in bici fanno male all’economia della città». Moore – che è sorella dell’ex primo ministro australiano Tony Abbott – è invece a favore delle nuove regole per chi va in bici, fatte passare dal governo nel New South Wales a cui è politicamente vicina. Duncan Gay, ministro dei trasporti del New South Wales, ha spiegato al Guardian: «Siccome c’erano molti incidenti in cui erano coinvolti ciclisti non avevo scelta e dovevo cercare dei deterrenti per far sì che aumentasse la sicurezza dei ciclisti e di tutti quelli che stanno sulle strade, pedoni compresi. Non vorrei dover vedere un solo altro dollaro guadagnato tramite le multe ai ciclisti, spero invece che diminuiscano gli incidenti».
Al momento non ci sono dati su quanto le nuove regole e le aumentate multe abbiano cambiato le cose. Il nuovo sindaco di Sydney sarà eletto il 10 settembre; le prossime elezioni del New South Wales saranno però nel 2019.

sabato 27 agosto 2016

Terremoti. Quanto costerebbe prevenirli ?

I forti terremoti che hanno colpito l’Italia nel corso del Novecento e nei primi decenni del Duemila – per ultimo quello nel Centro Italia dello scorso 24 agosto – hanno provocato la morte di centinaia di persone, e hanno causato danni economici enormi. Se conosciamo con precisione il numero dei morti – che furono nell’ordine delle migliaia dal terremoto in Irpinia, in Campania, del 1980 – è più difficile fare una stima complessiva dei danni economici, soprattutto quelli con conseguenze a lungo termine. In questi giorni però alcuni esperti stanno sostenendo che il costo della messa in sicurezza preventiva degli edifici esistenti in tutta Italia sarebbe inferiore alla somma spesa dal 1968 (anno del terremoto della Valle del Belice, in Sicilia) in poi per la ricostruzione delle zone terremotate. La stima dei costi della messa in sicurezza degli edifici privati però cambia a seconda degli esperti, quindi questa ipotesi non è accettata da tutti. Quello che è certo è che la messa in sicurezza e la costruzione di nuovi edifici secondo regole antisismiche sarebbe l’unico modo per ridurre il numero di morti, feriti e sfollati nei futuri terremoti che potrebbero interessare l’Italia.

I costi della prevenzione

Mauro Dolce, uno dei direttori generali del Dipartimento della Protezione Civile, ha detto al Sole 24 Ore: «Per l’adeguamento sismico degli edifici pubblici serve una cifra sull’ordine di 50 miliardi». A questa somma va poi aggiunta quella per sistemare gli edifici privati, che però non può essere calcolato con precisione perché i proprietari degli edifici possono scegliere tra interventi di messa in sicurezza con costi diversi, variabili da 300 a 800 euro per metro quadrato. Per questo le stime possono variare. Secondo quelle fatte dal Consiglio nazionale degli ingegneri nel 2013 basandosi sui dati Istat, Cresme e della Protezione Civile, servirebbero circa 93,7 miliardi di euro per mettere in sicurezza le case di tutti gli italiani. Sempre al 2013 risale un’altra stima, quella dell’associazione degli ingegneri e degli architetti Oice, che dice che per mettere in sicurezza solo gli edifici a elevato rischio sismico (quelli cioè che si trovano in una zona che occupa circa il 44 per cento della superficie italiana) servirebbero 36 miliardi di euro. Secondo l’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili (ANCE) circa 21,8 milioni di persone vivono nelle aree a elevato rischio sismico in Italia.
Dopo il terremoto in Abruzzo del 2009 venne istituito un fondo per la prevenzione del rischio sismico, come ha spiegato Jacopo Ottaviani su Internazionale, ma in sette anni è stato stanziato meno di un miliardo di euro: negli anni infatti sono stati messi nel fondo 965 milioni di euro, somma che la stessa Protezione Civile dice rappresentare «solo una minima percentuale, forse inferiore all’1%, del fabbisogno necessario per il completo adeguamento sismico di tutte le costruzioni, pubbliche e private, e delle opere infrastrutturali strategiche». Per questa stessa ragione Mauro Grassi, capo dell’Unità di missione sul dissesto idrogeologico, ha detto al Sole 24 Ore che servirebbe avviare un piano nazionale di prevenzione dei danni da terremoti da almeno quattro miliardi di euro all’anno.

Le spese per le ricostruzioni

Secondo un rapporto fatto dal Centro Studi del Consiglio Nazionale Ingegneri, Costi dei terremoti in Italia, in totale dal 1968 al 2014 si sono spesi 121,6 miliardi di euro per le ricostruzioni. Considerando l’intervallo temporale, è come se si fossero spesi 2,6 miliardi di tasse all’anno per riparare i danni causati dai terremoti. Secondo l’ANCE il costo della mancata prevenzione è più alto, e ammonta a 3,5 miliardi di euro all’anno; Mauro Grassi ha parlato di 5 miliardi all’anno al Sole 24 Ore, includendo i danni causati dalle alluvioni e dalle frane.
I fondi destinati all’Irpinia, colpita da un terremoto di magnitudo 6.5 nel 1980, saranno erogati fino al 2023, quelli alla Valle del Belice fino al 2028. Per i terremoti più recenti si prevede che la ricostruzione totale finisca in meno tempo: nel 2023 nelle zone del Molise e della Puglia colpite dal terremoto del 2002; nel 2024 nelle zone di Marche e Umbria colpite dal terremoto del 1997; nel 2029 in Abruzzo, colpito dal sisma del 2009. Per i comuni dell’Emilia colpiti dal terremoto del 2012 non c’è una previsione sulla fine dei lavori, ma lo stato di emergenzadurerà fino alla fine del 2018. In ogni caso le stime fatte dal Centro Studi del Consiglio Nazionale Ingegneri non possono tenere conto del costo di danni difficili da quantificare, quelli che inevitabilmente sono fatti all’economia da una lunga interruzione delle attività produttive e commerciali, quelli alle persone e alla loro vita sociale, e anche quelli al patrimonio artistico, spesso danneggiato in modo irreparabile.
I 121,6 miliardi di euro spesi in Italia per la ricostruzione dal 1968 al 2014 sono una somma superiore ai 50 miliardi che servirebbero a mettere in sicurezza gli edifici pubblici, ed è anche superiore alle stime riguardanti la messa in sicurezza di quelli privati. Rimane però inferiore, sempre tenendo conto che si parla di stime, alla spesa per la messa in sicurezza di tutti gli edifici, pubblici e privati.

La situazione nel Centro Italia, prima e dopo il terremoto

Sul New York Times le giornaliste Gaia Pianigiani ed Elisabetta Povoledo hanno spiegato perché i danni nella provincia di Rieti colpita dal terremoto del 24 agostosono stati così grandi – al momento il bilancio è di 290 morti, ma i vigili del fuoco non hanno ancora finito di scavare sotto le macerie. Secondo il sismologo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) Romano Camassi, gli effetti del sisma nel Centro Italia sono stati amplificati dalla debolezza della maggior parte degli edifici della zona. Molte costruzioni erano antiche, molto più vecchie della prima normativa antisismica del 1974, ed erano realizzate usando sassi e sabbia per fare i muri. Un rapporto dell’ANCE realizzato nel 2012 con il Centro ricerche economiche, sociologiche e di mercato (CRESME) dice che più del 60 per cento degli edifici è stato costruito prima del ’74. Molti hanno più di 100 anni.
Inoltre, come ha spiegato al New York Times Gianpaolo Rosati, professore di ingegneria del Politecnico di Milano, molte vecchie abitazioni dell’Italia centrale sono state ristrutturate in modo sbagliato nel corso degli anni: essendo antiche avevano spesso tetti originali in legno, che negli anni sono stati sostituiti con strutture più pesanti che poi hanno contribuito a rendere più fragili gli edifici.
Gli standard antisismici italiani sono molto avanzati, in teoria, ma il problema è che raramente sono stati applicati. Mettere in sicurezza edifici come quelli di Amatrice è molto costoso. Anche solo far valutare la propria casa da un esperto può costare fino a 10mila euro; mettere in sicurezza una casa abbastanza grande può costare 300mila euro. Poi c’è da considerare che anche se una casa è sicura di per sé potrebbe non esserlo per davvero se gli edifici vicini non lo sono. Un caso simile è stato quello del campanile di Accumoli, in provincia di Rieti, che è crollato su una casa dove si trovavano una coppia e i loro due figli, tutti morti nel crollo. Il campanile era stato restaurato da poco secondo criteri antisismici con i fondi del terremoto del 1997 e anche la casa della coppia era antisismica.
Quanto costerebbe mettere in sicurezza gli edifici in Italia, "Il Post", 27-098-16.

giovedì 25 agosto 2016

Gli studenti meridionali sono più bravi di quelli del Nord ?

Ogni anno alla pubblicazione del report del Miur sugli esiti degli Esami di Stato si ripropone la stessa litania: le agenzie di stampa rilanciano la notizia rimarcando il record di "super meritevoli" nelle regioni meridionali, i governatori leghisti delle regioni del nord protestano citando i risultati dei test Invalsi e sui social si scatenano i commenti con le spiegazioni più fantasiose. Ma perché gli studenti del Sud ottengono voti più alti?
Come ogni anno, il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca ha pubblicato il rapporto preliminare sugli esiti dell’Esame di Stato della scuola secondaria di II grado per l’anno 2015/2016. [1]
Anche quest’anno si è confermato il trend che vede un’Italia spaccata in due, con le regioni del Sud che ottengono i risultati migliori, sia come voto medio, sia come numero di eccellenze, e quelle del Nord che si attestano su valori notevolmente inferiori. Particolarmente clamorosa è la situazione di Puglia e Calabria in cui circa un diplomato su dieci si è diplomato con un voto di 100/100 e dove moltissimi studenti (934 in Puglia e 334 in Calabria) sono riusciti ad ottenere addirittura la lode.
Puntuali, all pubblicazione dei dati, sono seguite le polemiche di Luca Zaia, Presidente della Regione Veneto. [2]
«Come è possibile che vi siano tanti 100 e lode nelle province del Sud quando queste ultime sono costantemente sotto la media nei Test Invalsi? O i test non funzionano o c’è qualche lassismo di troppo negli esaminatori».
Al Governatore del Veneto si è contrapposto l’ex Ministro dell’Istruzione Beppe Fioroni, che in un’intervista a Lettera43.it [3] ha definito come «bislacca» la tesi «di un Nord rigoroso e di un Sud che i voti li regala».
Chi ha ragione? Per rispondere, vediamo di analizzare cosa dicono i dati a nostra disposizione.
Test Invalsi
Con il nome di Test Invalsi andiamo a indicare diverse prove standardizzate che vengono proposte agli studenti durante varie tappe del loro percorso scolastico. Per la nostra analisi ci rifaremo ai test di matematica e di italiano che vengono somministrati ogni anno agli alunni delle classi seconde della scuola secondaria di II grado. [4]
Ho elaborato i risultati dei test andando a calcolare, per ogni macro-regione, lo scostamento rispetto alla media nazionale. Com’è molto evidente, e non da oggi, in entrambe le materie si evidenzia una netta divisione lungo l’asse Nord-Sud, con gli studenti settentrionali che ottengono i risultati migliori mentre quelli meridionali, pur con qualche progresso, raggiungono risultati di apprendimento significativamente inferiori alla media italiana.
Test Ocse-Pisa
Il Programme for International Student Assessment o PISA (Programma per la valutazione internazionale dell’allievo), è un’indagine promossa dall’Ocse per valutare il livello d’istruzione degli studenti quindicenni dei paesi OCSE. A questo scopo, ogni tre anni vengono somministrate, in classi campione di tutti i paesi OCSE, delle batterie di test per valutare le competenze linguistiche, matematiche e scientifiche. L’Invalsi ha analizzato i risultati dei test e ha pubblicato un report in cui questi vengono disaggregati e analizzati anche a livello regionale. [5] Ho elaborato questi dati per ricavare, nuovamente, lo scostamento delle singole macro-regioni rispetto alla media nazionale. Anche qui riemergono le stesse dinamiche già evidenziate dai Test Invalsi.
Lo stesso rapporto dell’Invalsi, analizzando ad esempio i risultati di matematica, evidenzia come:
«Gli studenti del Nord Ovest (509) e del Nord Est (514) si collocano al di sopra sia della media nazionale (485) che della media OCSE (494), con una differenza statisticamente significativa; il Centro (485) è in linea con la media italiana ma sotto la media OCSE, mentre Sud e Sud Isole si collocano significativamente al di sotto delle due medie di riferimento con un punteggio medio rispettivamente di 464 e 446 così come le regioni dell’Area convergenza (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia) con un punteggio di 454».
Per fare un confronto, 514 è il punteggio in matematica della Finlandia, mentre 448 e 453 sono rispettivamente i punteggi di Turchia e Grecia.
Mele con pere?
Un’obiezione è immediata: se compariamo i risultati degli alunni quindicenni (Invalsi, Pisa) con quelli dei loro colleghi diplomati, non stiamo forse paragonando le mele con le pere? Non stiamo, cioè, confrontando dati disomogenei?
L’obiezione, in sé, non è infondata. In via del tutto teorica è possibile che nel triennio successivo alla somministrazione dei Test Invalsi, gli studenti del Sud abbiano migliorato i loro risultati di apprendimento in modo tale da raggiungere e superare i loro colleghi. Se così, fosse, però, dovremmo trovarne traccia non solo all’Esame di Stato ma anche nelle altre rilevazioni riferite ai loro coetanei e così non è.
Analizzando ad esempio i risultati dell’indagine Ocse-Piaac sulle competenze degli adulti [6] ed esaminando, in particolare, [pp. 120-121] le performance della fascia 16-24 anni, composta in gran parte da studenti, possiamo notare come non vi siano differenze significative rispetto ai risultati di Invalsi e Pisa. Ma se tutte le evidenze empiriche provenienti da studi indipendenti ci prospettano un certo scenario e l’Esame di Stato ne offre un altro, è molto più probabile che queste differenze di performance siano dovute non tanto agli studenti, quanto alla natura dell’esame e alle commissioni giudicatrici.
L’Esame di Stato è un esame oggettivo e uniforme sul territorio nazionale?
Dal punto di vista strettamente teorico e normativo [7], l’Esame di Stato dovrebbe essere una prova tendenzialmente oggettiva e uniforme su tutto il territorio. È composto, infatti, da tre prove scritte di cui due sono preparate direttamente dal Ministero, la maggioranza dei commissari d’esame, tra cui il presidente, sono scelti tra professori esterni alla scuola e il punteggio finale scaturisce dalla somma delle valutazioni delle singole prove, ottenute con l’uso di griglie di valutazioni oggettive, allegate ai verbali d’esame.
La realtà è molto diversa. Un quarto del punteggio finale (25 punti) viene attribuito in base ai risultati scolastici ottenuti nell'ultimo triennio e ogni commissione ha una diversa “sensibilità” nel correggere le prove: spesso le griglie di valutazione vengono compilate ex post e nell’attribuzione dei giudizi entrano in gioco fattori che nulla hanno a che vedere con la prova che si sta esaminando. In sostanza, una stessa prova, in mano a commissioni differenti, può vedersi attribuiti punteggi molto variabili tra loro.
Nessuno scandalo, sia chiaro. Chi, come me, fa questo mestiere sa benissimo che valutare uno studente non significa applicare burocraticamente una griglia per ricavare un punteggio. Però dobbiamo essere consapevoli che, a differenza dei Test Invalsi e Pisa, negli Esami di Stato l’attribuzione del punteggio massimo a una prova non significa che questa sia completa e tantomeno corretta.
Il giudizio potrebbe essere non assoluto ma relativo. Ad esempio, nell’ultimo esame di maturità la correzione della prova di matematica del Liceo Scientifico [8] era demandata a uno dei membri interni [9]. Vista la difficoltà della prova, che ha suscitato non poche polemiche, è molto probabile che sia stato premiato con un punteggio di 15/15 non solo chi è riuscito a completare correttamente tutte le consegne, ma anche chi ha svolto in modo corretto solo i quesiti che riguardavano parti del programmaeffettivamente svolte in classe.
Ma perché le commissioni d’esame delle regioni meridionali si sono comportate in modo così diverso da quelle del Nord?
Al Sud vengono dati volti alti in virtù delle condizioni di disagio sociale in cui vivono molte famiglie?
È una tesi che ha molti sostenitori. Ad esempio l’ex Ministro Beppe Fioroni nella già citata intervista a Lettera43.it ha dichiarato:
«non mi iscrivo al club che taccia i professori del Mezzogiorno di dare voti alti con leggerezza. Bisogna considerare anche la situazione di partenza, lo spaccato sociale. La scuola deve considerare nella valutazione complessiva anche l'apprendimento rispetto alle relazioni di partenza. Voglio dire che ci sono ragazzi che trovano nella famiglia rapporti che li arricchiscono anche nell'apprendimento. Altri, basta pensare ai ragazzi di Scampia o del rione Sanità, che la scuola accoglie e per i quali deve fare tutto».
È certamente una tesi affascinante, che suona più o meno così. Al Sud le condizioni sociali disagiate fanno sì che molti ragazzi siano a rischio dispersione scolastica. Per trattenere questi ragazzi a scuola ed evitare che imbocchino brutte strade, si preferisce abbassare l’asticella della sufficienza, rimodulando verso l’alto le valutazioni degli altri studenti, che quindi raggiungono facilmente valori di eccellenza.
Questa tesi è però smentita dai dati.
A complemento delle ottime considerazioni dell’articolo di Maria de Paola pubblicato su Lavoce.info [10] lo scorso anno, voglio aggiungere questa: se la tesi fosse vera, la discrepanza di votazioni tra Nord e Sud dovrebbe evidenziarsi maggiormente proprio in quelle scuole che accolgono alunni proveniente da situazioni disagiate, cioè negli istituti professionali. Invece l’analisi degli Open Data del Miur rivela una storia completamente diversa: la frattura Nord-Sud esiste ed è significativa nei licei, in particolare in quelli ad indirizzo classico, mentre è praticamente assente negli istituti tecnici e in quelli professionali.
Conclusione
Oggigiorno un voto di 100/100 alla maturità non è più garanzia di un facile accesso al mondo del lavoro, ma è d’aiuto se l’obiettivo è proseguire gli studi all’università. Sebbene il voto della maturità non contribuisca più al punteggio dei test di accesso alle università a numero chiuso, tuttavia ottenere un buon voto alla maturità continua a portare dei vantaggi.
Innanzitutto molte facoltà [12] offrono esenzioni, totali o parziali, agli studenti diplomati con il massimo dei voti. Inoltre, gli studenti che riescono a meritare la lode beneficiano di un bonus aggiuntivo [13] erogato dal Miur come premio al merito scolastico. Poiché, come emerge dagli studi di AlmaDiploma [14], la scuola italiana resta ancora estremamente classista, lungi dall’essere un premio e un sostegno per i ragazzi meritevoli provenienti da famiglie in difficoltà, la generosità dei voti nelle scuole meridionali è piuttosto un sussidio per i giovani delle famiglie benestanti, che frequentano il liceo classico e proseguiranno gli studi all’Università.
Note
[1] Miur, Esiti esami di Stato scuole secondarie di II grado 2015/2016 [link]
[2] “Zaia: Voti a scuola, ci sono due Italie. Così danneggiati studenti del Nordest”, Corriere del Veneto, 12/08/2016 [link]
[3] Faggionato Giovanna, “Scuola, Fioroni: Voti regalati al Sud? Tesi bislacca”, Lettera43, 11/08/2016 [link]
[4] Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione – Rilevazioni precedenti [link]
[5] OCSE-PISA 2012, Rapporto Nazionale 2012 [link]
[6] PIAAC-OCSE, Rapporto nazionale sulle competenze degli adulti 2014 [link]
[7] LEGGE 11 gennaio 2007, n. 1, Art. 6 [link]
[8] Esame di Stato 2016, seconda prova di matematica, Liceo Scientifico [link]
[9] Materie oggetto della II prova scritta e materia affidate ai commissari esterni 2015/2016 [link]
[10] Maria De Paola, “Se il voto di maturità non è uguale per tutti”, Lavoce.info [link]
[11] Dati Aperti della Scuola – Scuola in Chiaro [link]
[12] Università del Salento – Manifesto degli studi [link]
[13] Miur – Valorizzazione delle eccellenze [link]
[14] Almadiploma - Profilo dei diplomati – Indagine 2015 [link]
Marco Bollettino, Perché gli studenti del sud ottengono voti più alti alla maturità ?, "Noise from America", 23-08-16.

mercoledì 24 agosto 2016

Terremoti. Come li affrontano in Giappone.

Questo manga non ha niente di divertente: ci sono finestre di uffici che vanno a pezzi, treni che deragliano e auto che cadono da ponti che stanno cedendo. Succede tutto alle 16.35 di un giorno ribattezzato come il «giorno X di Tokyo». Questo è lo scenario catastrofico descritto da un libro a fumetti di 300 pagine sulla preparazione ai terremoti pubblicato dall’amministrazione dell’area metropolitana di Tokyo. Il libro si apre con un avvertimento importante: secondo gli esperti c’è il 70 per cento di possibilità che entro trent’anni un terremoto colpisca direttamente l’area metropolitana di Tokyo, dove vivono 36 milioni di persone. «È una gara tra noi e il terremoto. Se non saremo noi a vincere non riusciremo a proteggere la capitale», ha detto Satoshi Fujii, professore dell’università di Kyoto e consigliere speciale per le strategie di preparazione alle catastrofi nel governo di Shinzo Abe, il primo ministro giapponese.
Questo mese le misure per la preparazione al “grande terremoto” sono diventate più urgenti, dopo che due terribili terremoti hanno colpito il sud del Giappone, mettendo in luce i punti deboli nel livello di preparazione del paese a catastrofi del genere. Il Giappone – che si trova sulla cosiddetta “cintura di fuoco”, la catena di vulcani e linee di faglia che si incrociano sul bacino dell’Oceano Pacifico – è un paese sismico, in cui si registrano fino a duemila terremoti l’anno, e ha città densamente popolate. La combinazione di questi due elementi fa sì che migliaia di persone rischino di perdere la vita per una catastrofe che potrebbe arrivare in qualsiasi momento.
Il 14 aprile la prefettura di Kumamoto, che si trova nella più meridionale tra le isole principali dell’arcipelago giapponese, è stata colpita dal sisma più forte nel paese dopo quello che nel marzo 2011 uccise circa 16mila persone nella regione settentrionale di Tohoku. Al primo terremoto, di magnitudo 6,5, ne è seguito un altro di magnitudo 7,3, 28 ore dopo. Secondo Fujii, gli esperti non avevano previsto il doppio sisma. Il governo dovrebbe ispezionare immediatamente gli edifici usati come centri per gestire il post-disastro, dopo che alcuni di quelli a Kumamoto sono diventati inutilizzabili, ha detto in un’intervista Fujii. «Dobbiamo agire una volta per tutte, partendo dal presupposto che il terremoto sta arrivando», ha detto Fujii. Ci sono ore in cui Giappone si registra più di un terremoto ogni dieci minuti, e secondo l’Agenzia meteorologica giapponese l’isola di Kyushu è ancora colpita da sismi.

Uno scenario imminente

Ci sono previsioni affidabili che descrivono come avverrebbe una catastrofe simile. Un terremoto di magnitudo 7 direttamente sotto l’area metropolitana di Tokyo, la metropoli più grande al mondo, è uno «scenario altamente imminente» che potrebbe uccidere 23mila persone e causare danni economici per 95mila miliardi di yen, stando al rapporto sulla gestione delle catastrofi in Giappone nel 2015 dell’ufficio di gabinetto giapponese, che sta cercando di dimezzare queste cifre rinforzando più case, adottando misure anti-incendio e provando a diminuire la densità di popolazione nelle zone con il maggiore rischio sismico. Secondo una previsione ancora più catastrofica ci potrebbe essere invece un triplo terremoto, che insieme a un potente tsunami inghiottirebbe una grossa parte della costa pacifica giapponese provocando danni fino a Tokyo. In questo caso i morti potrebbero arrivare fino a 323mila, con danni economici per 214mila miliardi di yen. Anche se la probabilità che uno scenario del genere si realizzi davvero è «estremamente piccola», è stato deciso di renderla comunque pubblica per condividere gli insegnamenti tratti dal terremoto e dallo tsunami del 2011.
Una pronta e ampia evacuazione dei cittadini verso strutture resistenti agli tsunami ridurrebbe il numero dei morti dell’80 per cento. La probabilità che un terremoto di magnitudo 8 o 9 colpisca l’area a largo della costa meridionale del Giappone nota come “fossa Nankai” nei prossimi 30 anni è di circa il 70 per cento. Il governo giapponese ha adottato due piani anti-disastri diversi, dal 2014. Uno di questi si occupa dei terremoti che hanno origine nella fossa Nankai, da cui dal 1600 sono partiti 6 sismi di almeno 7,9 di magnitudo. L’altro piano prende in esame il caso di un terremoto di magnitudo 7 direttamente sotto i 23 distretti di Tokyo. Il disastro di Tohoku è iniziato con un terremoto di magnitudo 9, che ha generato uno tsunami alto 39 metri e ha spazzato via intere città, danneggiando gravemente la centrale elettrica nucleare di Fukushima, nelle vicinanze.
Il libro per prepararsi alle catastrofi dell’amministrazione di Tokyo ha per protagonista un eroe disorientato, Mamoru, che in giapponese significa “proteggere”. Mentre fissa a bocca aperta i palazzi che vacillano e i crateri nelle strade, Mamoru si accorge che il suo telefono non ha campo per colpa delle linee intasate. Alla fine del libro si scopre che non è successo niente, e torna tutto alla normalità: l’allarme terremoto dell’agenzia meteorologica aveva messo in moto la fantasia di Mamoru, che si era immaginato tutto. Una didascalia in chiusura avverte che «la storia è di fantasia e che ogni legame a persone o organizzazioni reali è del tutto casuale».

Consigli pratici

Il libro contiene anche suggerimenti pratici su come tamponare una perdita di sangue arterioso, capillare e venoso; consiglia di usare collant e cravatte al posto delle bende, e dei giornali per rimanere al caldo, mentre le buste della spesa possono essere trasformate in pannolini di emergenza. Enti locali e aziende hanno accettato di aprire i loro uffici e usarli come rifugi d’emergenza, se necessario. La Sumitomo Metal Mining, società produttrice di rame e nichel che possiede anche l’unica miniera d’oro del Giappone, sta riesaminando le proprie strutture per assicurarsi che siano in grado di reggere a un forte terremoto, ed è preparata a ospitare nella sua sede di Tokyo chi non riuscisse a tornare a casa per la sospensione dei treni in caso di disastro.
Il distretto Chiyoda di Tokyo, che ospita i quartieri finanziari di Marunouchi and Otemachi, sta chiedendo alle aziende della zona di fare scorte per tre giorni in previsione della catastrofe e ha raggiunto un accordo che prevede che le aziende della zona accolgano 27mila persone in caso di necessità, secondo Kenichiro Ishiwata dell’ufficio per la pianificazione delle catastrofi di Chiyoda. Secondo le stime del distretto, nel caso di un grande terremoto 500mila persone non sarebbero in grado di tornare a casa, e viste le sole mille persone a loro disposizione, anche Ishiwata riconosce che ci sono dei limiti a quello che le autorità locali possono fare.
«È solo questione di tempo prima che ci sia un terremoto nella zona di Tokyo», ha detto Gavin Hayes, geofisico di ricerca del Geological Survey degli Stati Uniti (l’agenzia scientifica americana che si occupa di studiare il territorio e i suoi rischi), che è stato coinvolto per lo studio dei recenti terremoti di Kumamoto. «La zona di subduzione a sud dell’area del terremoto di Tohoku finirà con il generare probabilmente un grande terremoto».

I cittadini temono di rimanere dispersi dopo la catastrofe. Mariko Kamikawa, una donna sulla settantina, la settimana scorsa è andata in un ufficio comunale del suo quartiere per chiedere come sarebbe stata salvata se ce ne fosse stato bisogno. «È dal terremoto di Tohoku che mi preparo per questo», ha raccontato la donna. «Vivo da sola, come molti dei miei amici. Ci sono molti anziani, per noi è davvero una preoccupazione. Se succede qualcosa ci verranno a salvare?».
Finbarr Flynn e Katsuyo Kuwako – Bloomberg, Come Tokyo si prepara al terremoto catastrofico che arriverà, "Il Post", 2-05-16.

domenica 21 agosto 2016

Candidati alle presidenziali USA. Chi li ha votati ?

Il New York Times ha pubblicato una sintetica ma efficace ricostruzione grafica per mostrare quanto sia esiguo il numero degli americani che hanno scelto i due candidati alla presidenza degli Stati Uniti: il 9% della popolazione. Per illustrarlo l’articolo del New York Times spiega che vivono negli Stati Uniti circa 324 milioni di persone: se disegniamo un quadrato su una pagina a quadretti che abbia la lunghezza di diciotto quadretti per lato, ogni quadretto corrisponde a un milione di persone. Ed è quindi facile visualizzare le quote di persone che non hanno votato né Clinton né Trump alle primarie.
103 milioni di persone non hanno diritto di voto, tra minorenni, condannati privati dei diritti civili e abitanti che non sono cittadini statunitensi. 88 milioni di adulti dotati del diritto di voto sono la quota approssimativa che non vota alle elezioni, basandosi sui dati delle elezioni del 2012. Grossomodo – c’è una quota di imprevedibilità – 73 milioni di persone che si ritiene voteranno alle elezioni presidenziali non hanno votato alle primarie. Alle primarie hanno votato 60 milioni di persone – un po’ meno del 19% della popolazione – equamente ripartite tra quelle Democratiche e quelle Repubblicane. E metà degli elettori delle primarie hanno votato per candidati diversi da quelli che hanno vinto.
Alla fine per Trump e Clinton ha votato circa il 14% degli elettori potenziali, e il 9% dell’intera popolazione degli Stati Uniti.

Magda Goebbels. Un'ebrea al vertice del regime nazista ?

Un documento attesterebbe che Magda Goebbels, la consorte del ministro della Propaganda del Reich nazista Joseph, era "mezza ebrea": lo riporta il sito del quotidiano tedesco Bild sostenendo che la "la più importante donna della Germania hitleriana" fosse figlia illegittima di un facoltoso ebreo che la madre Auguste aveva poi sposato in seconde nozze.   
"Un poco appariscente documento anagrafico dell'archivio regionale di Berlino, che Bild ora ha scoperto, porta un segreto a cui rimanda" un libro pubblicato in maggio "dallo storico e scrittore" Oliver Hilmes "Berlino 1936": un "certificato di residenza del commerciante" ebreo Richard Friedlaender "dichiara come propria figlia carnale 'Magdalena, nata l' 11 novembre 1901'", la futura "donna modello" del ministro della propaganda del Fuehrer e i cui sei figli furono sempre esaltati come "puri ariani".   
Bild ricorda che quando Magda nacque, la madre non era sposata (inoltre "il suo atto di nascita non riporta alcun padre") e come "padre adottivo subentrò il figlio di un costruttore, Oskar Ritschel, che aveva vissuto alcuni anni" con la donna che poi sposò il commerciante Friedlaender solo nel 1908: "quanto a lungo avesse avuto contatti con il berlinese nato nel 1881 rimane oscuro", scrive Bild evocando un "doppio gioco" della futura signora Goebbels e ipotizzando implicitamente il concepimento ora comprovato dal certificato appena emerso. 
L'essere "quello che i nazisti chiamavano "mezzo ebrea", spiegherebbe due circostanze: una è la notazione fatta da Goebbels nel giugno 1934 sul suo diario circa "una terribile cosa" appresa "da parte di Magda", sostiene Bild; l'altra è il perchè la potentissima donna del Reich non impedì che Friedlaender morisse nel Lager di Buchenwald nel 1939, aggiunge il quotidiano popolare ma molto attendibile nella sua versione cartacea in edicola oggi. 

BILD: MARTA GOEBBELS ERA "MEZZA EBREA", "RAI News", 20-08-16. 

Cina. Un ponte da primato.

In Cina è stato aperto il ponte di vetro più alto e lungo del mondo. Da oggi i visitatori del parco naturale situato nella provincia centrale cinese dello Hunan possono percorrere a piedi i 430 metri di lunghezza dell’infrastruttura larga sei metri, che attraversa un canyon Changsha profondo trecento metri nell’oasi verde della foresta di Tianmenshan, dove furono girate diverse scene del film Avatar.
Il ponte, composto da 99 pannelli di vetro trasparente su tre strati, può essere attraversato solo a piedi per un massimo di 8mila visitatori al giorno. Le autorità locali per rassicurare circa la sicurezza della struttura, ai primi dell’anno hanno fatto attraversare il ponte è stato da un’automobile carica di passeggeri e da un camion di due tonnellate. L’opera unisce due parti della montagna Tianmen, che vuol dire Porta del cielo. Sul ponte possono salire fino a 800 persone per volta. L’opera è costata 22.500 milioni yuan, pari a circa 3 miliardi di euro, il ponte è stato ultimato a maggio scorso, cinque mesi dopo il previsto, a causa delle forti piogge che hanno colpito la zona. Con questa attrazione la provincia centrale dello Hunan, già molto visitata dai turisti cinesi ma non solo, in quanto terra natale di Mao Zedong, storico leader della rivoluzione comunista cinese, prova a incrementare il numero di visitatori in una delle principali mete naturalistiche.

Cina, aperto il più alto (300 metri) e lungo (430 metri) ponte di vetro mai costruito al mondo – FOTOGALLERY, "Il fatto quotidiano", 20-08-16.

sabato 20 agosto 2016

Siria. Le mezze verità dei media.

Come rimanere impassibili davanti alla drammatica fotografia del piccolo Omran Daqneesh che campeggia su tutti i siti e giornali del mondo? Non è possibile e nemmeno giusto. È un’immagine che racconta della tragica situazione di Aleppo, la “nuova Sarajevo”, la città siriana di cui Tempi vi ha parlato tante volte, e non solo in agosto.


Ma quella immagine illustra solo una “parte” della situazione e, non possiamo nascondervelo, viene utilizzata perlopiù a fini propagandistici e non innocenti. Il dramma di Omran è vero, ma occorre comprendere anche il contesto generale in cui tale dramma si sta sviluppando per formarsi un corretto giudizio sugli avvenimenti.


RIBELLI MODERATI? Lo fa bene oggi l’inviato ed esperto del Giornale Gian Micalessin che sul quotidiano elenca cinque motivi utili a non cadere in quello che lui definisce un “trappolone” emotivo. Il primo dato su cui si deve riflettere, infatti, è la fonte che ha diffuso la fotografia: si tratta dell’Aleppo Media Center, la centrale di propaganda dei ribelli. Ribelli di cui Tempi vi ha spesso parlato, spiegando che non si tratta di impavidi e disinteressati combattenti per le libertà civili, ma di miliziani jihadisti legati ad Al Qaeda che controllano la zona est della città.


ALEPPO OVEST. «Ad assediare Aleppo – scrive Micalessin – non sono le forze governative, ma i ribelli jihadisti che, nell’estate del 2012, entrarono in Siria dal confine turco e circondarono la città. Aleppo, nella strategia dei gruppi armati, appoggiati dalla Turchia di Erdogan, dall’Arabia Saudita e dal Qatar, doveva diventare la capitale dei territori liberati e la sede di un governo provvisorio pronto – dopo il riconoscimento dell’Onu, dell’America di Obama e dell’Europa – a prendere il posto del regime di Bashar Assad. Il risultato sono stati invece la nascita dell’Isis e il perdurare di una guerra costata oltre 300 mila vite».


La città è divisa in due: nella parte est comandano i ribelli di Jabhat Fateh al Sham (prima conosciuti col nome di Jabat Al Nusra) e da tempo bombardano la parte ovest, controllata dai governativi, e dove vive, non sottoposta alla sharia e godendo di una certa libertà, gran parte della popolazione. Ad ovest vive anche padre Ibrahim Alsabagh, parroco francescano che i lettori di Tempi conoscono bene e che ha sempre invitato gli occidentali a non farsi ingannare dalle fonti d’informazione che vedono solo una faccia della medaglia. Questi ribelli, infatti, con la scusa dell’Isis, tentano di raggiungere i loro scopi, in maniera violenta e secondo una logica non molto diversa da quella degli uomini del Califfato. Per ogni Omran, insomma, vi sono altrettanti bambini nella parte ovest che, quotidianamente, subiscono le medesime angherie.

SDEGNO OCCIDENTALE. «La narrativa “politicamente corretta” del conflitto siriano – scrive ancora Micalessin – lo descrive come lo scontro tra i ribelli appoggiati della maggioranza sunnita del Paese e il regime del dittatore Bashar Assad sostenuto da quella minoranza alawita, inferiore al 22 per cento della popolazione, a cui appartiene la sua famiglia. Se così fosse Aleppo, città di quasi due milioni di abitanti in larga parte sunniti, sarebbe caduta da un pezzo. Invece i civili sunniti di Aleppo, come i militari e gli ufficiali di un esercito anch’esso a maggioranza sunnita, hanno preferito restare con il regime anziché schierarsi con dei ribelli considerati troppo fanatici e troppo legati ad interessi stranieri».


È una guerra e nessuno è incolpevole: ognuno fa i suoi interessi. Assad non è Madre Teresa di Calcutta, ma è un fatto che il dittatore siriano, appoggiato da Mosca, avevano cercato una soluzione per gli abitanti della città assediata, proponendo anche un salvacondotto ai militanti della parte est. Sono stati i ribelli a impedire questo tentativo di riconciliazione. «Oggi l’accerchiamento dei quartieri ribelli per mano russa e governativa – conclude Micalessin – suscita lo sdegno dei grandi media e spinge il ministro degli Esteri tedesco Franz-Walter Steinmeier a proporre un ponte aereo per rifornire i quartieri est. L’assedio ribelle ai danni di gran parte della città di Aleppo, durato dall’estate 2012 alla scorsa primavera, non ha, invece, mai mosso a compassione nessuno. Come ha più volte ripetuto al Giornale il vescovo cattolico di Aleppo Monsignor Abu Khazen “solo l’intervento russo ha dato respiro a questa città. Per anni tutti ripetevano di voler combattere l’Isis e il fanatismo, ma solo i russi l’hanno fatto veramente”».